Ieri, mentre ero di ritorno da un appuntamento in centro città, da un finestrino della metro, il mio sguardo ha incrociato l’immagine di un giovane ragazzo intento a leggere un foglietto a mo’ di dépliant color avorio. Ho riconosciuto immediatamente il tipico packaging Moleskine e dall’attenzione che il giovane poneva nella lettura di quelle poche righe che presentano il prodotto ho iniziato a riflettere sull’agency che questo taccuino ha prodotto - e continua a produrre nella nostra società attuale. Il suo rilancio commerciale, che ormai ha poco a che fare con il fascino francese natìo, ha letteralmente infiammato le penne di milioni di persone nel mondo (moleskinerie.com). La Moleskine ha senz’altro avuto il pregio di far riscoprire la passione dell‘“annotare”, del tener traccia dei propri spostamenti e memoria di sé. L’attività di journal keeping, la diaristica intesa come impegno quotidiano ha dismesso i panni di pratica obsoleta e ritualistica, per indossare quelli dell’istintuale, concitato e convulsivo bisogno di catturare gli attimi che si vivono.
Non è più il senso del raccoglimento personale, della fugace nota che esprime il senso di un’intera giornata, ma la fiera della propria vanità intellettuale condivisa, intesa come capacità di raccontare se stessi - anche negli aspetti più intimi, personali e profondi - mettendosi al servizio e alla critica di chiunque. Ergo, della funzione del diario sensu strictu non c’è più nulla. Acquistare questo taccuino nero ha sempre la sua importanza; malgrado le repliche (numerosissime, a partire dai taccuini francesi della RHODE, penosamente identici se non fosse per il logo e squallidamente cari per appartenere alla concorrenza), che tentano biecamente di emulare il mito. Mi ha colpito notare che il giovane in questione desiderasse così tanto leggere la “storia” del taccuino, soprattutto perché la Moleskine nasce per raccogliere e custodire le nostre storie…